Foto mia

Foto mia
Lavoro amigurumi eseguito dalla mia amica di Ampezzo, Alda Varnerin. Ha mani veramente d'oro, i suoi lavori sono sempre precisi.

martedì 27 gennaio 2009

Rumori di una volta








Poco tempo fa, riordinando la soffitta, abbiamo trovato la copia di questa bellissima poesia senza la firma dell’autore.
E’ una vecchia copia ingiallita data probabilmente ai miei suoceri che l’ avevano custodita in un foglio di carta trasparente (per intenderci non è cellophane, assomiglia di più ai fogli per confezionare i cesti natalizi).
Mi è piaciuta tantissimo e nel leggerla mi sono commossa pensando a quelle montagne che un tempo avevano i prati fin quasi sotto le vette, mentre ora i boschi sono attaccati ai paesi.
Ve la propongo con il testo originale in friulano e con la traduzione italiana.
In questa copia, in basso a sinistra c’è: 163 – D.E.6
A destra c’è la scritta printed in Italy racchiusa da un’ancora, e il cerchiolino con la C di copyright Niente autore.
Buona lettura
RUMORS DI UNA VOLTA
Ce biei chei rumors c’a si sintiva una volta ,
di una sêla di lat poiada dopo molta -
La sêla di banda cul mani di len,
uicava di gust tra vacjs e fen –
La rueda di fier puartant il ledan ta cariola incrostada
ciulava e craciava spriciant i clapus ta scura contrada.
E dopo era ora di lâ a seâ: falcet su la spala, daûr il codâr.
Alera dì già di un’ora, bisugnava bailâ ,
il gjal di ché ora l’era stuf di ciantâ.
La côt a scoreva svuelta sul falcèt aciarìn:
scoltavin i gris di dunà ch’al vegniva chel son argentìn –
Ma un atri compagn si sintiva e un atri lontan,
su la campagna il lavor regnava sovran,
e sot lis lamis ben batudis colavin i frosc da l’erba madura
cul rumor d’una vuì’cja cun fuarcia sbatuda.
E dopo un rastrièl un pòc sdintiât
spandeva lis sols ta che feta di prât .
Al era alt il soreli, era ora di mangiâ ,
pacjava la bocja di gust chel gustâ .
Ma il fen ‘a craciava: disevin ch’al cjantava –
Leât in-t-un fasc si lu alciava cun-t-una opada .
Tornava la sera, si puciava di sudôr
e chel l’era l’unic in tal dì a no vê fat rumor –


RUMORI di UNA VOLTA

Che belli quei rumori che si sentivano una volta,
di un secchio di latte appoggiato dopo munto –
Il secchio di latta con il manico di legno,
cigolava di gusto tra mucche e fieno-
La ruota di ferro portava il letame, la carriola incrostata
cigolava e scricchiolava sui sassi nella scura contrada.
E dopo era ora di andare a segare : falcetto sulla spalla, dietro il codâr *.
Era già da un’ora e bisognava sbrigarsi,
il gallo a quell’ora era stufo di cantare.
La côt scorreva svelta sul falcetto di acciaio :
ascoltavano i grilli di dove veniva quel suono argentino –
Ma un altro compagno si sentiva e un altro lontano,
sulla campagna il lavoro regnava sovrano,
e sotto le lame ben battute cadevano i fasci dell’erba matura
col rumore di una sferzata con forza sbattuta.
E dopo un rastrello un poco sdentato
spandeva il fieno in quella fetta di prato.
Era alto il sole, era ora di mangiare,
pacciava la bocca di gusto quel mangiare.
Ma il fieno scricchiolava: dicevano che cantava –
Legato in un fascio lo si alzava con un oplà.
Tornava la sera, si puzzava di sudore
e quello era l’unico nella giornata che non aveva fatto rumore.
*** Il codar è il corno di una mucca che viene legato in vita, nella cavità si mette la côt una pietra particolare che serve a molare la lama della falce ecc.

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