Nonostante la montagna, nonostante la buona volontà … quando non si ha voglia di cucinare per il caldo, un buon piatto di spaghetti olio aglio peperoncino è quello checcevò.

“Mandi, è il saluto friulano che equivale a ciao. Il significato si perde nella notte dei tempi e vorrebbe dire “nelle mani di Dio” ;ma forse è di origine precristiana, con la frase “nelle mani degli dei”. Nella lingua latina mandi vorrebbe dire: “La mano di Dio ti protegga” (“Manus Dei”) o, anche “Conservati a lungo!” (“Mane diu”) ed ancora dal latino “mane-diu” Vai nelle mani di Dio.” “che tu rimanga a lungo (su questa terra) ”. Mandi a dûc

Del formaggio salato vi ho già parlato qui IL FOGOLAR: Formaggio salato del Friuli.
Però ancora non conoscete la mia amica Adriana di Sauris, abita poco lontano da casa mia e tutti la chiamiamo la saurana.
E’ simpaticissima e cucina un frico stratosferico … per lei il sabato è canonico, sia in estate che in inverno a tavola mette sempre la polenta con il frico e il suo è veramente particolare … :-)) (e al sabato ho anch’io l’assaggio di polenta e frico), è per questo che questa volta vi passo la sua ricetta.
FRICO CON PATATEPronto mamma sei capace di cucinare il fagiano ? il mio collega ne ha uno già frollato lo vuoi ?Portalo a casa figliolo, ci pensa mamma a conciarlo per le feste !E sì, da quando la zia Lucia non c’è più, lo zio Italo non ha più voglia di andare a caccia, nessuna delle nuore sa cucinare il fagiano e quindi è inutile sprecarli.Di solito a fine ottobre primi di novembre eravamo invitati e fra tante altre cose buone, portavo a casa un bel fagianotto congelato, già pronto da cucinare.Questo era ancora da spiumare e da pulire dentro ma ho imparato da nonna, mai fasciarsi la testa prima del tempo.
Avevo un po’ di premura e quindi ho deciso di denudare il fagiano … gli ho tolto tutta la pelle, l’ho pulito internamente, lavato, asciugato e conciato come si deve.Gli Orsi miei hanno fatto gran festa, è rimasto qualche cosina attaccata, ma un buon sughetto per due spaghetti ci sta proprio bene.

FAGIANO CONCIATO
1 fagiano ben frollato – pulito lavato e asciugato
100 g pancetta coppata arrotolata
150 g coppa magra
1 salsiccia
mollica di pane imbevuta nel latte ben strizzata
1 ciuffetto di prezzemolo
1 spicchio di aglio
2 rametti rosmarino
1 ciuffo di salvia
+ altri 6 spicchi di aglio
poco vino Pinot grigio
olio e burro q.b.
sale attenti … i salumi sono salati di suo.
pepe
Rimacinare la salsiccia con il pane ammollato, il prezzemolo, l’aglio e riempire il pancino del volatile.
Legare le zampe e le ali.
Bardare il fagiano con pancetta e coppa e aiutandosi con spago e stecchetti, fissare l’affettato.
In un tegame sciogliere il burro con l’olio, appoggiare l’aglio, la salvia, il rosparino e sopra il fagiano.
Coprire e cuocere piano per circa 1ora e ½ o anche due.
Girare la carne di tanto in tanto, affinchè la cottura sia uniforme e aggiungere poco vino se il sughetto si restringe troppo.



questa fotografia l'ho presa in rete
Il formaggio ubriaco
Potrebbe essere definito un figlio della guerra e proprio negli eventi legati al primo conflitto mondiale trova le sue origini, origini casuali e legate alle necessità del momento. Non si tratta però di un figlio illegittimo, ma di uno di quei tesori della gastronomia italiana, nati dalla coniugazione casuale dell'ingegnosità e della necessità degli uomini.
Il metodo di ubriacatura prenderebbe origine da quanto avvenuto nella Sinistra Piave Trevigiana durante la ritirata di Caporetto. Per nascondere agli austro ungarici affamati i formaggi di casa, questi sarebbero stati coperti di vinacce, considerate materiale di scarto e quindi non sottoposte a particolari attenzioni e indagini. In fondo era meglio mangiare del formaggio rovinato, dal gusto cattivo, piuttosto che morire di fame. Passati i pericoli le "pezze" vennero recuperate, ma nel frattempo avevano cambiato il colore della crosta, divenuta violaceo scuro e la consistenza, conferendo al formaggio gli aromi del mosto. Questa inusuale maturazione risultò però essere molto gradevole, con un gusto molto particolare tra il piccante e il fruttato, una vera delizia per il palato, tanto che venne attuata anche dopo la guerra. Col passare degli anni, da casalinga e campagnola, l'ubriacatura si è evoluta a raffinato e ricercato trattamento e oggi "l'Inbriago" viene accompagnato dal vino d'origine in una serie di preparazioni gastronomiche di sicuro successo e qualità.
Con questo antico procedimento il formaggio ringiovanisce e si affina, la pasta assume una morbidezza particolare, prende un profumo fruttato e aromatico e un gusto deciso che può arrivare fino al piccante, molto piacevoli e invitanti. Si presenta esternamente di colore violetto se l'ubriacatura avviene in vinacce di vino rosso, di colore paglierino acceso se le vinacce provengono da uve bianche.
Il formaggio ubriaco: la produzione.
Vengono selezionate forme di qualità ineccepibile, con maturazione minima di 60 giorni e possono essere ubriacati anche formaggi invecchiati, fino a 24 mesi.
Le forme prescelte vengono immerse in vinacce morbide. Possono essere utilizzate tutte le vinacce locali trevigiane, anche il Clinto e il Fragolino, nonché quelle dei passiti.
Il procedimento di “Inbriagatura”, che avviene in vasche capienti quanto basta per una immersione completa delle forme, richiede la disponibilità di vinacce fresche appena svinate. La durata dell’immersione è variabile: per formaggi appena maturi va da 8 a 10 giorni, per formaggi invecchiati si arriva fino a 30 giorni.
Terminata “l’ubriacatura” le forme vengono estratte dalle vinacce e sottoposte ad asciugatura e pulitura, ad ulteriore stagionatura da un minimo di 15 a 30 e più giorni, prima di poter essere avviate al consumo. Materia prima
Latte intero pastorizzato
Aspetto
La crosta si presenta di colore violaceo dovuto all'affinamento, la pasta invece è di colore avorio o paglierino scarico con occhiatura media e uniformemente distribuita
Sapore
Dolce con sensazioni lattiche e leggeri sentori di vino soprattutto nel sottocrosta Il Formaggio Ubriaco ha le sue radici nella tradizione contadina del Veneto e deve il suo nome al fatto che i casari locali utilizzavano le vinacce per bagnare e impermeabilizzare la crosta dei formaggi, conferendo allo stesso tempo al formaggio un gusto inimitabile. Un altro detto fa risalire invece il formaggio Ubriaco alla prima Guerra Mondiale quando, si narra, i contadini della zona cercarono di difendersi dalle razzie dei soldati nascondendo il formaggio immergendolo nel mosto d'uva. Questo sotterfugio risultò geniale migliorando la conservabilità del prodotto e donandogli un gusto inconfondibile
Stagionatura
Stagionato (oltre 6 mesi)
Formaggio Ubriaco Classico
Il Formaggio Ubriaco ha le sue radici nella tradizione contadina del Veneto e deve il suo nome al fatto che i casari locali utilizzavano le vinacce per bagnare e impermeabilizzare la crosta dei formaggi, conferendo allo stesso tempo al formaggio un gusto inimitabile. Un altro detto fa risalire invece il formaggio Ubriaco alla prima Guerra Mondiale quando, si narra, i contadini della zona cercarono di difendersi dalle razzie dei soldati nascondendo il formaggio immergendolo nel mosto d'uva. Questo sotterfugio risultò geniale migliorando la conservabilità del prodotto e donandogli un gusto inconfondibile
Oggi il territorio interessato alla produzione di questi tipico formaggio è l'intera Provincia di Treviso nei suoi 95 comuni e l’identità del prodotto deriva dalla particolare maturazione e affinatura delle forme immerse in vinaccia fresca e morbida. Vengono affinati i formaggi locali a pasta semicotta, quali i DOP Asiago pressato e d’Allevo oppure Montasio, il Latteria e tutti i consimili tipici dei caseifici trevigiani, anche appositamente prodotti. Le caratteristiche morfologiche e dimensionali (diametro, scalzo, facce, marchiatura) sono evidentemente quelle tipiche del formaggio di partenza. Sullo scalzo è ammessa la marchiatura "INBRIAGO" per le forme appositamente prodotte, oppure, come detto, le marchiature d’origine, DOP e non DOP.
Mi sono fatta una piccola torta margherita, con pochissimo zucchero, per avere l’impressione di mangiare anch’io finalmente “un dolce”.
Aspettavo che si raffreddasse per metterlo in dispensa pronto per la colazione …
Maaa ………..
Mica la volevo la nutelllaaa !!!

E lui Carlo il maritorso si è tagliato a metà la tortina Ø 20, e ha pensato di spalmarsela per benino con la nutella

Ora sta scherzando … ma sta di fatto che se l’è mangiata tutta lui
… tanto io sono a dieta ufffaaaaaa !
Sono finalmente tornata e vi dedico una foto della Stella alpina, insieme ad una bella canzone friulana, e ad alcune chicche che sono sicura vi piaceranno.

Stelutis alpinis
Se vieni quassù fra le. Rocce,
dove loro mi hanno sotterrato,
c'è uno spazio pieno di stelle alpine,
dal mio sangue è stato bagnato.
Come segno c'è una croce
Scolpita sulla roccia.
Fra quelle stelle nasce l'erba,
sotto di loro dormo tranquillo.
Prendi, prendi una stella:
essa ricorda il nostro amore.
Le darai un bacio,
e poi nascondila nel seno.
Quando a casa sei sola
E di cuore preghi per me,
il mio spirito è presente:
io e Ia stella siamo con te.
Canzone, popolare, friulana (tradotta)
Stella alpina, Edelweiss, Leontopodium alpinum, comunque la si chiami, resta la regina dei fiori alpini, il fiore alpino per eccellenza e secondo me il più delicato.
Fino a una decina di anni fa era un fiore molto raro, (sottoposto, come era da decenni, ad una ricerca e ad una raccolta spietata, da parte di montanari e non), che si sentivano molto appagati nel portare a valle ed esibire questo "trofeo"; oggi, per fortuna, sta tornando a diffondersi sulle nostre montagne e non è raro trovare distese di centinaia di fiori, nei pascoli più alti, ai piedi delle vette, ma si può trovare anche lungo i sentieri più battuti, a testimonianza che la sensibilità per la tutela dell'ambiente è cresciuta negli ultimi anni, anche e soprattutto in quelli che frequentano le montagne e ne apprezzano la bellezza incontaminata.
La cosa buffa di questa pianta della famiglia delle Composite (Asteracee) è il fatto che quello che normalmente viene considerato "il fiore", in realtà è solo una rosetta di foglioline (bratte foliari) rese bianche dalla fitta selva di peli che le ricopre, sembrano petali di un fiore perché sono molto più chari delle altre foglie che si trovano alla base e sul fusto e perché sono disposte a raggio attorno ad alcuni capolini tondeggianti (il vero "fiore" della stella alpina) sulla sommità dello scapo fiorito.
Cresce nei pascoli magri di alta quota e si spinge fino sulle rupi più impervie e irraggiungibili (unici posti dove sopravviveva nel periodo di maggiore crisi); si trova più facilmente su rocce calcaree, ma non è raro trovarla anche in ambienti di rocce silicee a quote comprese fra gli ottocento ed i tremila metri.
Fiorisce normalmente fra luglio e settembre
Dalla sua particolare forma a cinque e più petali vellutati, ricoperti da una bianca-gessata peluria, gli deriva il suo nomignolo di "stella alpina".
Ma la fantasia popolare ha costruito tante storie e leggende su questo fiore. Storie che hanno un sapore di profonda sensibilità.
Qui riportiamo alcune tra le più significative e coinvolgenti.
LA LEGGENDA DELLA STELLA ALPINA
Molti e molti secoli fa, quando quelle meravigliose montagne, chiamate oggi Dolomiti, emersero dalle acque che a quei tempi sommergevano buona parte del nostro globo, scesero sulla Terra delle Creature favolose fatte di fumo e di nebbia, di lembi di nuvole e di arcobaleno.
Erano gli Spiriti-delle-Cose-non-create che cominciarono a dar forma e vita agli alberi, alle erbe, ai fiori.
Gli alberi si moltiplicarono in poco tempo e ricoprirono molte zone sotto le pendici di quelle montagne. Erano abeti, larici, pini. Sulle colline nacquero le betulle e il sorbo, il frassino e il castagno. Le erbe formarono immense distese di prati lussureggianti, che discendevano dai ghiaioni fino alle piane in dolci declivi o arditi pendii. I fiori spuntarono: nei boschi c'erano i piccoli garofani cremisi e i ciclamini, nei prati anemoni gialli, clematidi viola, primule bianche e colchici lillà. E fiori spuntarono nelle paludi: erano giaggioli, gladioli, narcisi...
Altri ne nacquero sulle rive dei laghi e sugli specchi d'acqua, come le ninfee bianchissime e i nannufari gialli. Ancora spuntarono le aquilegie, le pulsatille, le peonie e i papaveri alpini. E moltissimi altri dai colori delicati e luminosi.
Sotto le ultime rocce ecco prosperare i primi "baranci" o pini mughi. Accanto sorsero gli arbusti dei rododendri color rosso, i raponzoli di roccia e le meravigliose genziane turchine. Cosi ogni cosa ebbe il "suo" fiore e le genti che vivevano in quelle vallate fra le montagne ne godettero e ringraziarono il cielo e la natura.
Ma in mezzo a tutte quelle meraviglie c'era qualcuno che soffriva in silenzio: era la Grande Montagna di Lavaredo, nuda e dirupata, scanalata da lunghi camini verticali nei quali colava- no le gelide stille dei ghiacciai perenni, tagliata orizzontalmente dalle cenge e scarnita dalle acque in orridi strapiombi...
Solo le sue pareti altissime, spesso lisce e diritte come pale, riflettevano la luce del sole che alla sera le accarezzava con gli ultimi raggi infuocati. La Grande Montagna allora sembrava diventare trasparente come cristallo, diafana come un lembo di nuvola...
Ma quella straordinaria carezza del sole non poteva renderla felice. Essa ammirava dall'alto i sottostanti pianori verdi, rigogliosi e fioriti, le fìtte abetaie, i [aghetti verdazzuri... Ognuna di queste "cose" possedeva un "fiore"! Perfino la neve ne aveva uno: un timido fiorellino bianco, a forma di campanellino chiamato Bucaneve, che all'inizio della primavera forava quella bianca coltre per emergere diritto e luminoso.
La Grande Montagna cominciò a lamentarsi: "A cosa serve essere cosi alta e imponente se la natura non mi vuole donare neanche un piccolo fiore? Le mie rocce sono aspre, nude, scarnite e tristi... Se la Terra non si vuole ricordare di me, io mi rivolgerò al Cielo!".
E nella notte profonda essa tentò di raggiungere la cupola del cielo per prendere almeno una stella che adornasse le sue rocce così cupe.
Invano!
Le stelle brillavano misteriosamente nel cielo turchino, troppo lontano e la Montagna si sentiva sempre più triste e si lamentava con la voce del vento che vorticava attorno alle sue alte cime. Allora le slavine scendevano a valle, i macigni ruzzolavano dalle sue pareti scabre e tenebrose rimbalzando con cupo rumore di roccia in roccia, la tempesta scendeva in lunghi rivoli d'acqua in un diluvio di lacrime.
La udì finalmente il vento del Nord, che riportò i suoi lamenti alla più bella delle Fate: Samblàna, che viveva da tempo lontanissimo fra gli spalti delle Dolomiti.
La Fata comprese l'angoscia della Grande Montagna e una notte si levò nell'alto del cielo per cogliere una stellina lucente.
Presala delicatamente fra le sue dita, ella si diresse verso la più alta vetta delle Tre Cime di Lavaredo e la depose fra le rocce. Poi la toccò e la trasformò in un meraviglioso fiore stellato, dai petali vellutati, bianco come la neve e la chiamò 'stella alpina'.
Così la Grande Montagna ebbe anch'essa il suo magnifico fiore!
In seguito le 'stelle alpine' si moltiplicarono; nacquero sulle Crode, sugli spalti rocciosi, sui picchi inviolati...
E diventarono i fiori più pregiati delle Dolomiti.
Da "Dolomiti: storie e leggende" di G. Monfosco